Cosa Trasforma la Sconfitta in SUCCESSO?
Il Destino
Contro

Alcuni credono la fortuna, altri il fato…
La realtà è che Solo Tu hai il potere di Cambiare la Tua Vita!

Cosa trasforma la sconfitta in successo?

Perché due persone, che hanno le stesse potenzialità e circostanze, possono andare incontro a destini tanto diversi?

Quale forza impulsa alcuni a esplorare i propri limiti più estremi… mentre altri rimangono stesi al tappeto, semplicemente inermi?

Questa è la vera storia di un uomo speciale, un imprenditore di successo che la società definisce “un arrivato”. Una di quelle persone in cui tutti vorremmo convertirci.

…ma non è stato sempre così…

Bambino fragile, massacrato dal bullismo più crudele, emarginato senza alcuna possibilità apparente, si alzerà dal fango. Lotterà duramente, con tutte le forze che ha in corpo e senza regole, contro la sorte avversa.

In una maniera cruda e sincera, reale e scioccante, l’autore ci svela il segreto che gli ha permesso di cambiare il futuro a cui sembrava destinato. Ci mostra che abbiamo sempre un’alternativa e che dipende da noi seguirla. Ci insegna che la resistenza e la resilienza, la capacità di rialzarsi, sono caratteristiche che un vero vincitore deve avere.

E lo fa nel modo più cristallino possibile: mettendosi a nudo. Raccontando la sua esperienza di vita. Senza vergogna. Senza censura.

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Introduzione

Ricordo che fu un pomeriggio di settembre, al margine della nostra seduta settimanale, quando mi sottopose la bozza del libro chiedendomi se avevo voglia di dargli un’occhiata. Nessuno lo aveva letto, almeno così mi disse. Spesso i pazienti usano la scrittura per comunicare con il proprio medico e superare i blocchi della comunicazione orale. Anche se non in questo modo. Ma con questo signore è stata una prima volta fin dall’inizio. Detti inizialmente una scorsa distratta al romanzo, ma dopo poco fui sopraffatta da un’inquietudine che mi obbligò a ricominciare da capo, leggendolo tutto d’un fiato parola per parola. Mi accade ormai di rado dopo tanti anni, ma confesso che ne sono rimasta profondamente turbata.
Sono un medico e mi occupo di psichiatria d’urgenza presso la locale struttura sanitaria. In vent’anni di attività non ho mai riscontrato un caso clinico come questo, né ho mai conosciuto un paziente come lui.
I soggetti che falliscono un suicidio non reagiscono così, non agiscono così e soprattutto non risalgono così. Purtroppo restano segnati gravemente per il resto della loro esistenza. Fin da subito si intuiva che lui aveva una caratura diversa da quella degli altri pazienti, fatta di un’altra stoffa. Sapevamo che era un imprenditore piuttosto conosciuto, ma non riuscivamo ad “agganciarlo” come si dice in gergo. Resta il fatto che aveva voluto suicidarsi non riuscendoci per puro caso. Questo, al di là di ogni altra considerazione, fa di lui un paziente molto grave e per il protocollo clinico, un soggetto ad altissimo rischio.
Poi però ho letto e ho capito. Non si chiede mai a un paziente se è vero quello che racconta. Ma questa volta, se pur in modo indiretto, non ho davvero potuto farne a meno.
Questo romanzo è la più lucida trasposizione di una lunga, latente storia psichiatrica che io abbia mai letto. Attraverso il racconto crudo e potente degli incredibili eventi che si sono succeduti nella sua vita, mette in luce in modo spietato, aspetti che spesso i trattati non riescono a evidenziare in maniera così nitida.
È un racconto che scuote nel profondo, terribile e toccante in ugual misura. Dovrebbe essere letto dagli studenti di psichiatria e da tutti coloro che sono caduti e non riescono a rialzarsi.

Prologo

Due giovani corrono sulla loro moto. Non si conoscono e abitano in luoghi diversi. Sono bellissimi, vigorosi e molto fortunati. Appartengono a ottime famiglie e sono degli studenti eccellenti, destinati a un futuro brillante. Hanno vent’anni e a vent’anni, come tutti, sono arroganti, forti e strafatti di testosterone, di ormoni che galoppano. “Io mi mangerò il mondo” si urlano nel cervello ridendo compiaciuti e gasati, mentre il vento gli sferza il viso. Ma Dio è bizzarro e manda il sole e la pioggia sui giusti e sui malvagi. I due giovani arrivano nello stesso istante a una curva, senza rallentare. Codice rosso. Adesso non corrono più, sono in terapia intensiva in condizioni disperate. Medici diversi, in ospedali diversi giungono alla stessa conclusione. Amputare la gamba destra, mutilare questi due meravigliosi esseri umani per consentire loro ancora di vivere. Passa del tempo. Uno dei due ha già indossato una protesi e si esercita, perché l’inverno successivo ha deciso di imparare a sciare con una gamba sola. L’altro invece, finirà per sempre a chiedere l’elemosina sul sagrato di una cattedrale.

Cosa segna la differenza tra questi due destini?
Una sola parola di sei lettere. Rabbia.

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Cenere – Questo è un racconto sporco, cattivo, nel quale non si fanno nomi. Farò ogni sforzo per cospargere tutto di cenere e non rendere identificabili luoghi e persone. I morti non devono essere disturbati nel loro riposo. Le ferite dei vivi non devono essere fatte sanguinare di nuovo. Non nominerò neppure la città dove si sono succeduti i fatti, del resto non ha nessun rilievo. È una storia violenta, che parla dei sentimenti peggiori. La storia delle vicende crudeli che hanno segnato una vita, dove non troverete né protagonisti né eroi. Solo e soltanto vittime. Oggi sono qui a narrare queste vicende e credetemi, non era affatto scontato. Fin da piccolo i miei mi hanno raccontato che erano incerti su come chiamarmi. Il ballottaggio alla fine fu fra il mio nome di battesimo e Cosmo. Loro scelsero il primo, io scelgo il secondo. Cosmo. Però ci vuole anche un cognome che si addica. Ci sono, sceglierò Malacoda, come il Demone della quinta Bolgia dell’Inferno, che Dante incarica di flagellare i barattieri. L’inferno di Dante. Chissà in quale girone mi collocheranno. Dicono che il prezzo di ciò che facciamo nella vita terrena, si ripaga per sempre nella vita eterna. Si vedrà. Mi chiamo Cosmo Malacoda e a dispetto di tutto, sono ancora vivo.

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CANI – Il combattimento a sangue fra i cani è sempre stato uno spettacolo amato dagli uomini, fin dall’antichità. I Celti pare siano stati i primi. Volevano la massima ferocia e per ottenerla sceglievano cuccioli senza difese, seviziandoli fin da piccoli in modo che col passare del tempo la violenza gli crescesse dentro come un tumore e diventasse parte di loro. La tecnica del sacco celtico era semplice quanto spietata. In realtà è sbagliato parlare al passato, perché ancora oggi il sacco, viene comunemente utilizzato dai canari nel business dei combattimenti clandestini. Per settimane i cuccioli ci vengono chiusi dentro e percossi a calci e bastonate. Una scarica di botte. Poi fermi. Poi un’altra scarica, più lunga, più corta, non importa. L’importante è che sia dolorosa e violenta e che gli intervalli siano irregolari, in modo che l’animale sia sempre colto alla sprovvista. Per nutrirli gettano nel sacco buio grossi pezzi di carne cruda e sanguinante e un po’ d’acqua, che finisce nel fondo del sacco impastoiata col sangue e con gli escrementi. I pezzi di carne devono essere grossi, così il cane si abitua a sbranare anche nella posizione più scomoda e faticosa. Il cucciolo capisce che il sangue è il sapore che lo nutre. E lecca e beve quell’acqua schifosa che sa di sangue, urina e feci. Deve farlo se non vuole morire di sete, anche se l’istinto forse gli dice che sarebbe meglio lasciarsi andare. Vanno avanti con questo trattamento per settimane. Quando il cucciolo viene fatto uscire dal sacco non è più lui. O è distrutto, ridotto a un’inutile larva, e allora viene eliminato, o si è trasformato in una belva furiosa che azzanna tutti coloro che trova intorno a sé. Il cucciolo che esisteva, in ogni caso, è morto per sempre. È l’inizio che segna la fine. È sempre stato così.

3

COMPLICI – Il bullismo è sempre esistito nelle comunità giovanili fin dai tempi dei tempi. Luoghi claustrofobici come orfanotrofi, collegi, scuole, addirittura caserme. Gli ingredienti essenziali sono tre: la cattiveria dei carnefici, la compiacenza del pubblico, la complice disattenzione di chi dovrebbe impedirlo. “Sono cose da bambini”, come se quel che accade fra “bambini” non stesse accadendo fra esseri umani, negando senza un briciolo di pietà perfino uno sguardo a ciò che avviene sotto i tuoi stessi occhi. Ma per te ormai non sono più da molto tempo bambini da accudire. Sono soltanto il fastidioso mezzo per accedere a uno straccio di stipendio a fine mese. Che facciano quel che diavolo vogliono. Questo burn out, questa complicità passiva con i carnefici, è ancora più grave delle angherie stesse. Il tradimento della vittima designata, da parte dell’ultima ancora di salvezza che le è rimasta, la schiaccia al suolo come uno scarafaggio.
L’indifferenza dell’unica persona che avrebbe potuto salvarla col solo cenno di una mano, moltiplica il peso delle mortificazioni che i carnefici le infliggono. Mi sembra ancora di vederli mentre, tra uno sbadiglio e un’occhiata all’orologio per capire quanto manca a far festa, l’unica risposta che sanno dare alla disperazione è “Non è niente, non prendertela, non litigate e tornate a giocare”. Tradotto, “Non me ne frega niente, voglio solo far festa e tornare a casa mia”. Ed è qui che si compie la magia. Con questo tacito avallo dell’adulto, la vittima si trasforma plasticamente davanti agli occhi compiaciuti di tutta la comunità che sadicamente osserva divertita. Non è più un bambino, è diventato veramente uno scarafaggio. È così che accade. Io lo so. Io ci sono passato. Sono stato nel sacco per molto, troppo tempo, e della mia travagliata esistenza è stata forse l’esperienza che più mi ha segnato.

4

RADICI – Le cose avvengono sempre prima di accadere, e allora facciamo un salto all’indietro. Se nasci da una famiglia come la mia, resti inconsapevole della vita reale per molti anni. Una comunità familiare a modo suo dignitosa e onesta, ma talmente tormentata da paradossi, dolori e ritorsioni da divenire una vera gabbia per chi ci nasce. Se negli anni Sessanta hai una madre che ti partorisce a quarant’anni e un babbo che è più nonno che padre, già è un problema di per sé. Anche se il destino decide di non bastonare il cane che affoga. Ma nel mio caso, credetemi, è avvenuto esattamente il contrario. Mio padre era un uomo difficile, duro e prepotente nella stessa misura in cui era fragile. Aveva una decina d’anni più di mia madre, ansioso oltre l’immaginabile ed estremamente labile dal punto di vista psichico. È stato per tutta la vita divorato e massacrato dagli echi terribili del suo passato più profondo, prigioniero delle ombre più maligne che distorcevano la percezione della realtà, come uno specchio deformante altera l’immagine che riflette. “Io un figlio proprio non lo volevo” mi raccontava in maniera affettuosamente sconsiderata con la sua bella voce baritonale. Però, siccome voleva tanto bene alla mamma che invece ci teneva, lo ha fatto per lei, perché diversamente si sarebbe sentito un egoista. Ecco, questa era l’unica ragione perché ero venuto al mondo. “Ormai ci sei. Ti voglio bene figliolo, ma se non c’eri era meglio”. Questo in sostanza era il sunto. Insomma le cose giuste da dire a un bambino. Credo che con la mia nascita i suoi fantasmi siano esplosi tutti insieme come un ordigno. Fu la causa della repentina involuzione del suo fragilissimo equilibrio mentale, che condannò per sempre lui, e tutti coloro che gli stavano vicino, all’oscuramento della ragione. Queste malattie di merda sono più contagiose della varicella. I fantasmi di figlio abbandonato da piccolo in un collegio di preti, di marito tradito e umiliato sistematicamente dalla prima moglie fino all’abbandono. Una persona schiava di paure e fobie. Era ossessionato dal terrore di avere una malattia mortale e si riconosceva ogni minimo sintomo immaginario, come un inequivocabile segnale di emergenza sanitaria. Ha arricchito radiologi, farmacisti e istituti diagnostici di tutta la città. Lo ricordo andare dal medico condotto quasi tutti i giorni per qualunque stronzata. Una volta eravamo al mare e siamo dovuti correre in ospedale per un banale arrossamento solare, neppure fosse stata un’ustione radioattiva. Quando terminarono le ferie e tornammo a casa, scese dal pullman e andò dal medico ancor prima di venire a casa. Passava il tempo libero rintanato in un angusto salotto praticamente al buio, sulla sua poltrona, a fumare una sigaretta dopo l’altra, con la televisione sempre accesa. Si ascoltava continuamente i battiti del polso, faceva strani esercizi di sforzo per sfidare l’imminente infarto, chiedendo sempre conferma del suo stato di salute a quella povera donna di mia madre. Un uomo che fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, che si alimentava con il peggior cibo spazzatura in commercio nel supermercato, e che nonostante ciò era sano di corpo come un pesce. Ci pensate? Un uomo sano che chiede conforto a una donna gravemente malata. La storia dell’uomo che morse il cane. L’unica cosa che leggeva oltre ai titoli dei quotidiani – solo i titoli perché gli articoli sono troppo lunghi – era l’enciclopedia medica comprata a rate, dove scrupolosamente analizzava il riscontro dei suoi immaginari sintomi di malato terminale. Fossero esistiti internet e Google non sarebbe sopravvissuto un anno solare. Una nevrosi incontrollata che cresceva e peggiorava di giorno in giorno, scavando solchi sempre più profondi. I marcati riflessi comportamentali si amplificavano col passare del tempo e si vedevano sempre di più. Tutti li vedevano, tranne me. Era sempre più grottesco, parlava strano, si infervorava continuamente, si vestiva in modo eccentrico, tracimava e invadeva senza un minimo di ritegno tutto quello che lo circondava, imponendo le sue stranezze come modi normali. Uno timido e depresso sarebbe stato ripiegato su sé stesso, ma non era questo il caso. Ed è qui che la miscela diventava esplosiva. Quest’uomo aveva una personalità ipertrofica, incontenibile. Logorroico in modo compulsivo, prepotente e verbalmente violento, molto violento. Parlava e disponeva senza che il parere degli altri venisse minimamente ascoltato o considerato, negandosi a qualsiasi considerazione che non fosse sua. Percepiva i suoni ma non ascolta le parole. Ti vomitava addosso la sua verità e ogni obiezione era un fastidio, ogni tentativo di dialogo un intralcio sulla strada che lui vedeva chiara e tracciava per tutti. La sola possibile, la più rassicurante per sé. L’unica cosa che lo dominava erano le ansie profonde e terribili che fermentavano in un’anima malata, imponendogli una torsione allucinante dei pensieri, dei sentimenti, degli stimoli e infine dei comportamenti. Piegandolo, inesorabilmente sconfitto, al loro folle dominio. Un uomo capace di slanci di generosità inimmaginabili e di meschinità inconfessabili. Un uomo che si è profondamente ammalato in un periodo sbagliato, ed è stato abbandonato alla sua follia. Ho visto circolare chili di Tavor in casa, consumati come mentine e prescritti smodatamente da un imbecille di medico condotto che lui considerava amico e con il quale, invece di curarsi seriamente o farsi indirizzare verso chi avrebbe potuto farlo, preferiva andare a puttane insieme. Svolgeva un lavoro privo di stimoli ma con uno stipendio decente e sicuro, col quale del resto siamo vissuti tutti. I lacci che ti proteggono sono spesso le catene che ti rendono prigioniero. Nessun cane può mordere la mano che lo nutre. È forse la prima cosa che ho avuto chiara nella vita. L’unico modo di sfuggire a questa regola è quello di nutrirsi da soli. Ma questo lo avrei capito dopo molto tempo e dopo molti giri di giostra. Quante volte ho chiesto a mia madre, nella mia ingenua semplicità di bambino, di scappare insieme lontano da lui. Lei mi guardava sorridendo, mentre allo stesso tempo le lacrime le rigavano il volto. Dove saremmo potuti andare? Con cosa avremmo vissuto? Lei doveva sopportare. Per me e per lei. Quando non è stato più necessario si è lasciata scivolare in un mondo migliore.

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LA CONDANNA – Già. Aspetti quarant’anni per metter su famiglia con l’uomo sbagliato. Resti incinta e scopri di avere l’epatite C. La stanchezza crescente di un fegato che funziona sempre meno. Non puoi prendere neppure un analgesico per il mal di denti perché quel che resta delle tue funzioni epatiche deve essere preservato fino all’ultima goccia per cercare di tirare avanti il più possibile. “Signora, lei può avere un’aspettativa di vita che non va oltre l’orizzonte di vent’anni, venticinque al massimo” così le disse il professore che l’aveva in cura, un primario famosissimo inspiegabilmente amico fraterno di mio padre. E di anni ne hai solo quaranta. L’orologio gira veloce consumando il tuo tempo nella tristezza di un’esistenza che non può mutare. La precarietà di una bottega artigiana che ti uccide dalla fatica per riuscire a stento a coprire le spese. Il dispiacere e il rimpianto di una donna intelligentissima e sensibile che, pur avendo fatto appena le scuole elementari, divorava almeno trenta libri complessi l’anno. Che avrebbe potuto essere un medico bravo e amorevole e che invece a nove anni si è trovata a lavorare da una sarta per poter portare due spiccioli in famiglia. Storie della guerra, storie comuni di povertà e rinunce. Di persone condannate a una vita di merda. Con l’aggravante di un marito pazzo e di un figlio strano, che è entrato in conflitto col genere umano appena ha aperto gli occhi, pisciando in faccia all’ostetrica che l’aveva fatto nascere. Un figlio che non capisci e che non puoi capire. Perché sei troppo stanca, troppo triste e troppo malata. E la consapevolezza che ti resta troppo poco tempo e che non ti basterà neppure per vederlo adulto e sistemato, così almeno da poter morire in pace. Perché sei prigioniera da sempre della tua esistenza e delle circostanze. Ma provate l’uno per l’altra amore infinito, profondo, che sgorga dall’angolo più recondito dell’anima. Quando si ama senza capirsi, senza dirselo, ci si salda in un legame onirico e indissolubile, che lascia spazio solo al sentimento puro.

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LA VECCHIA VESTITA DI NERO – La casa dove tornammo ad abitare, rigorosamente anche questa a equo canone, era più grande della prima. Meno claustrofobica. C’era perfino un grande terrazzo che dava sugli orti sul retro e sul cortiletto della bottega della mamma. Per andarci si passava da un corridoio davanti alla carbonaia e alla cantina della stufa a carbone, un luogo che mi spaventava a morte e dove non andavo mai.
Per anni ho sognato una vecchia vestita di nero che saliva le scale a chiocciola che sbucavano all’appartamento partendo da sotto, dall’andito che portava alla cantina. Mi afferrava per la gola e mi buttava giù dalle scale. Uno dei tanti sogni che la mattina mi facevano svegliare di soprassalto. Li ricordavo come sogni antichi e ricorrenti, ma non sapevo se anche questa sensazione faceva parte del sogno. Sognare di aver sognato. Un fenomeno strano che per molti anni mi è avvenuto e sempre con sogni terribili, non incubi ma sogni inquietanti. Mai il ricordo di un solo sogno piacevole. A dire il vero uno sì, che mi ha fatto svegliare col sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi. Accadde dopo che erano morti tutti. Se avrete la pazienza di continuare a leggere ve lo racconterò tra qualche riga. Per la paura di questa cantina e della vecchia che ci viveva, attraversavo il corridoio quasi di corsa per entrare nella bottega della mamma, che era comunicante con l’abitazione. Della mamma e della zia, sua sorella, la mia seconda madre. O meglio il mio vero padre.

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IL PIATTO DIPINTO – Casa mia è sempre stata un centro di ospitalità per parenti anziane. Non lo so perché, penso che mettessero la pensione nella cassa comune, ma non l’ho mai saputo con certezza. Fatto sta che io non ho mai avuto una camera mia se non da grande. Prima dormivo con una vecchia rincoglionita, che era la sorella della mia defunta nonna materna. Era stata a servizio una vita in una famiglia di nobili. Dividevo la camera con lei e mi ricordo che era una donna minutissima, quasi uno scricciolo, con la dentiera sul comodino, la crocchia di capelli bianchi e un alito pestilenziale. Era fuori di testa e aveva la mania di pulire tutte le cose tranne quelle che dovevano essere pulite. Ero alle elementari o forse all’asilo, e con molta fatica avevo decorato un piatto da cucina con i colori a olio, da regalare alla mamma per la sua festa o non so cosa. Ci avevo malamente dipinto lo schizzo di una famiglia felice, dove tutti sorridevano e si tenevano per mano. I bambini, a volte, disegnano la realtà che desiderano. E la donano con il cuore colmo di infantile speranza a coloro che amano di più, come se il dono avesse il potere di trasformare un sogno in realtà. Attribuiscono a Walt Disney una frase di grande effetto emotivo, “Se lo puoi sognare, lo puoi fare”. È una gran cazzata. Mi ricordo ancora che ero orgoglioso di questo piccolo capolavoro, anche perché col disegno ci avevo litigato fin da piccolo, quindi per me equivaleva a un Tondo Doni. La vecchia nel pomeriggio vivacchiava in cucina rassettando un po’ qua e là e trovò questo piatto, che dovette sembrarle sporco. Zitta zitta, si mise a lavarlo con un’energia degna di uno spaccalegna, fino a scolorarlo quasi del tutto. Tornai da scuola e andai a prendere il regalino da dare alla mamma. Mezzo scolorito, un sogno sbiadito, un desiderio che se ne era andato giù per lo scarico del lavandino. Ho un ricordo nitidissimo di quel pomeriggio. Io che piango a dirotto singhiozzando quasi senza riuscire a respirare, questa che s’incazza per tutta la fatica che aveva fatto a pulirlo dalla tinta a olio e neppure era venuto bene e io avevo il coraggio di protestare, mia madre che cerca di consolarmi, mio padre che continua a guardare la televisione sulla sua maledetta poltrona e a fumare una sigaretta dopo l’altra, pensando alle sue malattie immaginarie.
Ma vi devo il racconto del mio unico sogno dolce fatto da adulto. La mamma, il babbo e la zia che mi guardavano sorridendo. Erano sereni, belli e sani. Sorridevano e mi facevano ciao con la mano. Quella notte erano venuti a trovarmi dal regno dei morti, ma non gli è stato mai più concesso di farlo. Non è accaduto mai più. Un altro piatto dipinto a olio che è stato scolorito. Un altro sogno perduto.

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VOLTA LA CARTA – Nell’altra camera ci stava la zia, quella vera. Quella che mi ha salvato, la sorella della mamma. Non avrebbero potuto essere più diverse l’una dall’altra. La mamma era stata una gran bella donna da giovane. Bionda e formosa, era alta un metro e settanta, una vera stanga se si considera che era nata negli anni Venti. Quando era ragazza il regista Gillo Pontecorvo la vide non so in che circostanza, e le propose di fare dei provini per il cinema. Forse era solo per provare a farsela, ma chi può saperlo. Lei disse di no. Se avesse saputo cosa l’aspettava voltando carta successiva avrebbe accettato di corsa. Del resto anche mio padre nel suo sconfinato campionario di difetti non aveva certo quello di essere brutto. E ci sapeva anche fare. Un uomo molto particolare, come dicevano tutte le sue numerose ammiratrici e amanti. Prima di inquadrare meglio il soggetto e darsela a gambe. La zia fisicamente era invece un vero disastro. A un metro e sessanta non ci arrivava. Sarà stata centoquaranta chili e picchiava come un peso massimo. Aveva lavorato in una falegnameria, prima di andare in bottega con la mamma. Mai sposata, niente figli, un solo nipote adorato. Io. Non so perché fosse venuta ad abitare con noi. Forse per consolare la mamma da questa unione disastrosa, e farsi un po’ di reciproca compagnia. O forse perché non aveva nessun altro al mondo. Io in casa ce l’ho sempre vista da quando ho memoria.

9

GRANITO – La zia era una donna dura come il ferro, mi ha formato il carattere. Era intelligente a modo suo, ma terrorizzava tutti. Aveva un carattere d’acciaio ed era l’unica persona che il babbo temeva. Non si faceva impressionare da niente e da nessuno, era rigorosissima e coerente fino allo spasmo. Non parlava mai del suo passato, ma doveva averne vissute e viste di tutti i colori. Una persona non può altrimenti trasformarsi in granito. Per lei la vita aveva cinque componenti essenziali. La mamma, la sua sorella adorata, con cui avevano scelto di passare la vita insieme giurando di non abbandonarsi. Io, il figlio che non aveva mai avuto e al quale faceva sostanzialmente da padre. Poi le sue sigarette, che non abbandonava mai, la politica e la tombola al circolo il sabato sera. Una volta, ero ancora ai primi anni delle elementari, ciondolavo annoiato in cucina subito dopo pranzo. Pioveva e non si poteva uscire, neppure guardare la televisione perché non ce l’avevamo. “Vieni Cosmo, aiutami a lavare i piatti” mi disse.
“No zia, non mi va.”
“Va bene, allora facciamo che io lavo e tu asciughi? Dai ometto (così mi chiamava), aiutami…”
“No zia, non mi va.”
“Ma cosa hai voglia di fare, Cosmo?”
“Non ho voglia di far niente.”
“Va bene ometto, mettiti a sedere sulla sedia, vai” e continuò a lavare.
“Zia, prendo un giornalino di Topolino.”
“No, non puoi.”
“Perché?”
“Hai detto che non hai voglia di far niente e ora non fai niente.”
Passano i minuti, a decine. “Zia posso fare merenda?”
“No, non puoi.”
“Perché?”
“Per la stessa ragione di prima”. Le lacrime cominciarono a scorrere silenziose mentre tiravo su con il naso. Credo mi abbia fatto star seduto tre ore senza dire niente. Neppure una parola, non ce n’era bisogno. Si occupava della gestione domestica della casa, era brava a preparare da mangiare e così cucinava quasi sempre lei. Una sera preparò il minestrone di verdure, che fu messo in tavola. A casa si mangiava quello che c’era in tavola. Non si chiedeva, non si sceglieva. Le regole sane della zia di granito. Mi scappò detto che il minestrone mi faceva schifo. “Non ti preoccupare Cosmo” disse la zia comprensiva, “magari non hai fame.”
“No zia, poca e poi proprio non mi piace.”
Il piatto fu tolto e la cosa finì lì. Non avendo cenato, il mattino dopo mi svegliai per andare a scuola con una fame da lupo. Mi fiondai per andare a fare colazione in cucina, pregustando il saporino del latte con il cacao in polvere e i biscotti dolci. Trovai, bella fumante, la scodella di minestrone della sera prima. Siamo andati avanti così per una settimana senza che lei dicesse niente e senza che io osassi fiatare. Minestrone a colazione, pranzo e cena. In tutta la mia vita non ho mai più detto di una pietanza “mi fa schifo”. Così si fa, cazzo. Così si fa.
Una volta però anche lei cedette alla tensione procurata dalla continua scia di scosse telluriche che scuotevano il nostro bizzarro nucleo familiare. Venivano compresse a forza al solo fine di far apparire normale ciò che normale non era, e quando emergevano in superficie travolgevano tutti. E il granito, per la prima volta, si incrinò. Fu una legnata perché la zia parlava poco, ma quando apriva bocca lo faceva con assoluta certezza e autorità indiscussa. Sentenziava senza appello. E per me le sue parole, i suoi consigli e le sue punizioni erano l’unica certezza a cui aggrapparmi, la mia sola e unica ancora di salvezza. Per molto tempo negli anni a venire le ho fatto una colpa di questo episodio, ma poi mi sono reso conto che la pantomima che veniva recitata all’esterno da lei e dai miei genitori, cominciava a fare acqua da tutte le parti. Si parava un fiume in piena con le mani. Le furenti liti tra il babbo e la mamma si consumavano nel ring della camera da letto. A porta rigorosamente chiusa.
Come se i muri di cartapesta fossero insonorizzati e non si sentissero nitidamente fin dalla cucina le isterie del babbo e le repliche singhiozzanti della mamma.
Un pomeriggio ce ne fu una particolarmente violenta e rumorosa. Non mi posso ricordare con esattezza, ma rammento benissimo di aver sentito che litigavano a causa mia, come quasi sempre del resto. Io me ne stavo seduto e mortificato, sulla vecchia sedia impagliata, con gli occhi umidi e i gomiti appoggiati sulla tavola della cucina. Tenevo la testa china, reclinata in avanti tra le mani nascoste sotto gli orrendi capelli tagliati a paggetto. Cercavo di non far accorgere alla zia che in realtà volevo tapparmi le orecchie per non sentire le urla, e nascondere le lacrime che mi solcavano il viso, gocciolando sulla brutta formica marrone finto legno della tavola della cucina. Il mobile più importante della casa, dove veniva fatto tutto. Ci si mangiava, ci si facevano i compiti, ci si stiravano i panni lavati, coprendola con una vecchia coperta di lana. Ci si appoggiava la macchina da cucire per rammendare gli strappi dei vestiti o per metterci le toppe, ci giocavano interminabili partite di ramino la mamma e la zia prima di andare a letto, mangiando qualche biscotto comprato al supermercato e fumando una sigaretta dopo l’altra. Ci si versavano lacrime di dolore in solitudine e ci si consumavano i silenzi come in quel maledetto pomeriggio. La zia era dall’altra parte del tavolo, fumava e faceva un solitario con le carte. Non un cenno, non una smorfia, non una parola. Giocava e fumava con molta calma. “Non piangere ometto, non piangere. La vita va così” disse a un tratto scuotendo lentamente la testa. “Eh” sospirò, “se non era per te, sai quante volte lo aveva già lasciato”. Un’altra bastonata al sacco. Forse involontaria, ma ugualmente inaspettata, dolorosa come e più delle altre. Avrò avuto sì e no otto anni, ed ebbi la certezza di essere io la causa di tutti i problemi. Di essere io il vero problema. Una sentenza della zia che stabiliva la verità e sanciva definitivamente la mia colpa di nascita. Il solo fatto che fossi venuto al mondo aveva rovinato l’esistenza a tutti. Non fossi mai nato perdio, non fossi mai nato.

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IL NERO – Prima di tornare in casa con noi, la zia abitava ancora nel vecchio schifoso posto dove erano stati fin da piccoli. Un ex convento suddiviso in appartamenti minuscoli e talmente miseri, umidi e bui da chiedersi come cazzo potessero avere l’abitabilità. C’era ancora il cesso con la buca. Niente doccia, niente vasca, si lavavano nel catino con l’acqua scaldata nel pentolone sul fornello a gas. Questa sottospecie di case, tali erano in tempo di guerra e tali erano rimaste, ostili e cattive. Pari pari alle persone della mia pseudo parentela che ancora ci abitavano. Mai conosciuti i miei nonni. La mia nonna paterna morì di parto e mio padre quindi, nacque orfano. Quando si dice che uno parte col piede sbagliato. Erano una famiglia borghese piuttosto benestante, ma per quanto ne so si erano sputtanati soldi e beni, tacitando serve ingravidate, scannandosi tra parenti e ingrassando gli avvocati. Due marchi di fabbrica dei maschi della mia famiglia. Incapacità di tenere le mutande a posto e tendenza a litigare col prossimo. Suo padre era un fascista della prima ora, un invasato fuori di testa che era sempre in guerra. Come il Duce chiamava lui partiva. Un vero ardito. Siccome era vedovo, mio padre, che era un ingombro, fu parcheggiato fin da subito in un collegio di preti. Di solito un babbo ti racconta del nonno aneddoti divertenti e istruttivi. Ti mostra, che ne so, un vecchio fucile da caccia, un biglietto di Natale, un cappello strano a cui il nonno era affezionato. Cose così insomma. Mio padre invece l’unica sua foto che mi mostrava, un po’ sfocata e presa non da vicinissimo, era quella che il nonno gli aveva spedito dall’Etiopia. Una catasta di negri morti ammucchiati uno sopra l’altro. Con lui impettito con le mani sui fianchi a mo’ di teiera a due manici, mento alto e divisa da coglione, con un piede sulla catasta di questi sventurati che si erano trovati sulla sua strada e ci avevano rimesso la pelle. C’era scritto in calligrafia altisonante “Fucilati per ordine mio, viva il Duce. Tuo padre”. Ecco, le uniche parole postume del mio nonno paterno che ho conosciuto sono queste. Ovviamente il babbo da bambino ne era fierissimo, d’altra parte aveva solo lui. Bene o male era il suo unico affetto in vita e probabilmente il suo eroe. Due cose mi raccontava del collegio: una era che era l’unico a non tornare a casa né per le feste né per le vacanze estive, l’altra era che a sedici anni scrisse al nonno che anche lui desiderava ardentemente arruolarsi e servire il Duce in battaglia. Mi raccontava che il nonno andò a trovarlo in collegio per parlare di questo suo desiderio e lo portò a casa. Nel cortile c’era un vecchio cane. Il nonno estrasse una pistola carica e gliela mise in mano. “Sparagli e ammazzalo” gli ordinò. “Poi accenderemo il fuoco, lo arrostiremo e lo mangeremo, qui adesso”. Mio padre non capiva e ovviamente piagnucolava e tremava come una foglia. Il nonno gli disse che se non era capace di farlo non poteva arruolarsi, perché quello che gli ordinava di fare era nient’altro che la quotidianità per un soldato al fronte. “Dover uccidere un cane non è niente, ragazzino. Immagina di dover uccidere un uomo.”
Il babbo tornò in collegio dai preti e la sua carriera militare fu stroncata sul nascere. Il nonno fece una fine di merda. Ci fu la liberazione e siccome doveva essere stato un vero stronzo, i vincitori lo arrestarono con l’idea di fargli la pelle. Ebbe culo che ci fu l’amnistia Togliatti e non ci lasciò le penne. Ma durò poco. Morì di cancro dopo qualche mese. Anni dopo, poco tempo prima di morire, il babbo mi pregò di accompagnarlo al cimitero monumentale della città. Una parte di questo cimitero era stata acquistata molti anni prima dai nostalgici del ventennio per farne una sorta di monumento alla memoria. Tra fasci littori ed effigi del Duce malamente scolpiti sui pannelli di pietra serena che ospitavano i loculi, c’erano molte foto di gerarchi in divisa nera e di militari che evidentemente erano ritenuti ardimentosi eroi. Tra le foto dei militari c’era quella di un bel ragazzo in divisa da maggiore di fanteria d’assalto. “Questo è il nonno” mi disse commuovendosi come fanno tutti i vecchi. Capii perché non mi ci aveva mai portato prima. Era identico a me. Tale e quale. Quella notte ricordo che non chiusi occhio.

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IL ROSSO – I nonni materni erano all’opposto. Poveri in canna, babbo, mamma e cinque figli, tre femmine e due maschi. Uno morto di stenti dopo pochi mesi. Due di queste erano mia madre e la mia zia di casa. Gli altri due, di fatto, non erano miei parenti. Uno più bastardo e maligno dell’altro. Loro e le loro famiglie per me sono stati insignificanti per oltre un quarto di secolo. Ma in seguito mi avrebbero fatto il male tutto insieme. Della nonna materna non so niente. Il nonno invece aveva fatto la resistenza partigiana, credo anche con molto onore. Ho visto una sua sola foto che la mamma conservava gelosamente. Era giovane, col cappello e il fiocco nero che gli anarchici indossavano baldanzosi ai primi del Novecento. Dietro la foto c’era una scritta sbiadita che però ancora si leggeva. “L’assassino era il Re, viva Bresci.” Aveva fama di un uomo autorevole e rispettato. In gioventù era stato un anarchico famoso e un uomo d’intelletto, anche se autodidatta. Poi la grande guerra falciò prospettive e speranze di quella generazione. Al fronte aveva servito presso l’ospedale da campo come infermiere improvvisato, perché di lavoro in realtà faceva il cesellatore. Ma in tre anni qualcosa doveva aver imparato perché quando tornò dalla guerra, iniziò a curare le persone in casa. Si rifiutava per principio di accettare denaro, anche se la sua famiglia moriva letteralmente di fame. A tutti chiedeva in cambio delle cure ricevute, di donare qualcosa di utile per l’improvvisato ambulatorio. Bende, disinfettanti, unguenti. Finì per organizzare una sorta di infermeria sociale alla quale tutti gli abitanti del quartiere contribuivano come potevano. Curava e medicava di tutto, per come sapeva, estraendo addirittura i denti cariati. “Il diavolo non è mai brutto come si dipinge” diceva e quando riusciva a sanare un malanno non accettava ringraziamenti, dicendo che alla fin fine, il merito era stato della guerra. Con i suoi compagni del nutrito circolo anarchico, organizzava feste anticlericali e balli di campagna, per festeggiare i neonati che non venivano battezzati o per raccogliere fondi da destinare alle ragazze madri che avevano il coraggio di dare al figlio il nome del padrone che, per puro sfizio, le aveva messe incinte. In seguito mi raccontò la zia, conobbe non so come Antonio Gramsci e restò folgorato dal grande filosofo storpio. Divenne uno dei suoi uomini di fiducia in città, e uno dei fondatori a Livorno di quello che sarebbe diventato il PCI. Prima di morire, con grande scandalo, rifiutò che fosse chiamato il prete. Ordinò alla moglie che sulla sua lapide fosse incisa questa scritta. “Né Dio, né stato, né padroni”. Così fu fatto. Pace all’anima sua.

starstarstarstarstar ROMANZO DA NON PERDERE

da Costanza il 4 febbraio 2020
Formato: Copertina flessibile

Il romanzo è straordinario, duro quanto struggente. Scorre velocissimo, nel racconto di questo susseguirsi di vicende incredibili, e la capacità del protagonista di rialzarsi sempre e comunque. L’introduzione fatta dalla psichiatra mette i brividi, ma centra l’essenza del romanzo.

È veramente ipnotico e ti trascina nella storia senza avere il tempo di riprendere fiato. Consigliatissimo, ma non adatto ai bambini.

starstarstarstarstar Una Storia ESAGERATAMENTE Vera

da Domenico il 3 febbraio 2020
Formato: Copertina flessibile | Acquisto Verificato

Non sono un assiduo lettore, ma sono felice di aver letto Il Destino Contro. Ho apprezzato molto il racconto autentico e a volte spietato che un uomo di successo non confiderebbe mai. È forse questo il punto di forza che difficilmente ho trovato in altri racconti. Nonostante l’autore non sveli la sua identità, riesci a percepire che la storia è vera e che i sentimenti vissuti sono altrettanto forti e veri.

Apprezzi un uomo di successo così com’è, senza fronzoli e falso buonismo. Ne ho tratto molti spunti di riflessione.

starstarstarstarstar Potente. Una storia di una realtà sconvolgente.

da Giovanni il 28 gennaio 2020
Formato: Formato Kindle | Acquisto Verificato

Il Destino Contro è un romanzo che ti lascia perplesso, quasi senza fiato. Duro e diretto, con frasi brevi che ne dettano i tempi estremamente veloci, ti fa sentire come se avessi ricevuto una raffica di pugni allo stomaco.

L’autore, che rimane nell’anonimato, racconta la propria storia con una crudezza e un realismo impressionanti. Non risparmia nulla al lettore e racconta come, con la rabbia e la volontà di non rimanere al tappeto, si possa uscire dalle situazioni più umilianti e complicate. Un vero inno alla resilienza.

starstarstarstarstar Sconvolgente. Fantastico!

da Gianfranco il 15 aprile 2019
Formato: Formato Kindle | Acquisto Verificato

Un romanzo semplicemente straordinario. Ma è il primo che scrive?

starstarstarstarstar Bello

da Margherita il 15 aprile 2019
Formato: Copertina flessibile | Acquisto Verificato

Romanzo molto bello ed intenso. Da leggere assolutamente.

Chi è l’autore?

Il suo nome non ti è dato saperlo, potresti conoscerlo. Si nasconde dietro a uno pseudonimo, Malatesta, anarchico dell’800, perché ciò che ha da dirti è forte, quasi violento… troppo intimo.

Non ha avuto una vita facile. Non ha trovato le porte aperte. È stato costretto a lottare, si è dovuto scontrare con la realtà di chi è obbligato a percorrere tutta la strada in salita. Ma è diventato un uomo di un certo successo contro ogni pronostico. Si definisce un superstite.

Molte volte si è chiesto cosa farne della propria esperienza. Semplice, fare in modo che altri possano trarne beneficio: Raccontarla!

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